25 locomozione delle classi popolari, corre ai ripari, ribadisce la centralità del suo ruolo e torna a rivolgersi alle classi abbienti, in particolare al ceto medio di professionisti e impiegati, anche in versione a tre ruote. LA LEGISLAZIONE Il motociclismo, negli anni Cinquanta, risponde ancora alle norme del vecchio Codice della Strada emanato nel 1933. Questo defniva motocicli tutti i veicoli a due ruote con motore, non poneva limiti di età per i piloti e non esigeva patente di guida, salvo il caso delle moto in servizio pubblico. Rendeva comunque obbligatorie l’im- matricolazione e la targa. Per questi motivi l’industria motociclistica aveva concentrato le attenzioni sulla classe 250, tralasciando la costruzione di motori 175. Nel 1941 vengono autorizzate, per motocicli e moto- carrozzette, solo le cilindrate 125, 175, 250 e 500, mentre tornano liberi i mezzi a due ruote con motore di cilindrata non superiore a 100 cm3. La proliferazione di biciclette motorizzate, motoleggere e scooter, che circolano nella più totale anarchia, senza regole, docu- menti e targhe, spinge a nuovi provvedimenti. Nel 1949 viene imposta la tassa di circolazione sui velocipedi con motore ausiliario e sui motocicli leggeri, mentre nel 1950 vengono defniti “velocipedi con motore ausiliario” quelli non oltre i 50 cm3, obbligando tutti gli altri all’autoriz- zazione del Circolo Ferroviario con i dati per la tassa di circolazione, all’immatricolazione, all’autorizzazione a circolare con targa. Provvedimenti che tradiscono le diffcoltà di mantenere vigente il Codice stradale. Torna ad essere imposto l’obbligo della patente, previo esame alla scuola guida. Il 30 giugno 1959 viene approvato il Testo Unico del Presi- Inserzione pubblicitaria “La moto”, aprile 1955 Polizia Municipale di Bologna in parata sulle M.M. all’uscita dai Giardini Margherita, inizio anni ’50 Giampaolo Tozzi, Archivio personale |
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